Questa domanda non riguarda la letteratura, riguarda anche la letteratura. La relazione degli esseri umani con il mondo è qualcosa di singolare: è fatta di mediazione. Gli esseri umani non sembrano in grado di relazionarsi con la realtà se non mediante la parola, e tutto, il pensiero, il linguaggio, la logica e dunque il ragionamento, è mediato dalle parole. Scrivere è quindi prima di tutto un esercizio di scoperta ed è assolutamente ovvio considerare ogni lingua, ogni dialetto, ogni parlata remota del pianeta come una peculiare esperienza con la realtà, poiché ognuna di queste forme del linguaggio umano avrà in sé parole per nominare cose assolutamente specifiche, che sono proprie di quella comunità e di nessun altro. Moltiplichiamo questa realtà per le infinite lingue esistite ed esistenti, ed avremo una rappresentazione anche delle infinite esperienze umane con il mondo.
Come è noto, Hobbes ha una sua idea in merito, ossia concepisce il ragionamento come calcolo:
Quando uno ragiona non fa altro che ottenere una somma totale attraverso una addizione di parti, o un resto sottraendo una somma da un’altra; il che se è fatto con le parole consiste nel ricavare dai nomi di tutte le parti il nome del tutto, o dai nomi del tutto e di una singola parte il nome della parte rimanente. […] I logici insegnano le stesse cose nel campo della connessione fra le parole: sommando insieme due nomi si ha un’affermazione, sommando due affermazioni si ha un sillogismo, sommando alcuni sillogismi si ha una dimostrazione; e dalla somma, o conclusione di un sillogismo sottraggono una proposizione per trovarne un’altra. Gli scrittori di politica sommano insieme i patti stipulati per trovare quali sono gli obblighi degli uomini, e i legislatori sommano le leggi e i patti per trovare che cosa è il diritto e che cosa è il torto nelle azioni dei privati. Insomma in qualunque campo in cui c’è posto per l’addizione e la sottrazione c’è anche posto per la ragione; dove queste cose mancano la ragione non ha niente da fare.
(Thomas Hobbes, Leviatano (1651), parte I, capitolo V, «Della ragione e della scienza» – Of Reason, and Science)1
La scrittura è il passaggio successivo, in cui quest’arte di scoperta diventa raffinata ma soprattutto tramandabile. La parola può ricordare, trasmettere, evocare, inventare, e fare molte altre cose, e questo esercizio è talmente potente che le parole sono da sempre al centro del discorso politico: controllarne il senso vuol dire controllare la rappresentazione della realtà; i conquistatori impongono la loro lingua ai conquistati; esiste una scala di importanza tra lingue dotte e lingue popolari, tra lingue della cultura, come il latino e le lingue dell’economia e dell’innovazione, come l’inglese. Privare un individuo del linguaggio, della sua lingua, è una forma di dominio: ci sono state lingue vietate nella storia in determinate aree geografiche, per motivi politici. Insegnare a leggere e scrivere è un atto politico. I dibattiti sulla possibilità di istruire le masse si sono susseguiti durante tutto il Seicento ed il Settecento, ed esistevano due grandi idee in merito, ossia il considerarlo pericoloso per l’ordine sociale o utile allo sviluppo.
A che serve, quindi, scrivere? Scrivere è l’esercizio individuale di libertà, significa recuperare il proprio rapporto con la verità. Un mondo silenzioso e senza segni, in cui nessuno parla e trascrive ciò che la mente produce, sarebbe un mondo non solo inconoscibile, ma un mondo non libero, poiché ognuno sarebbe rinchiuso in uno spazio che sta nel mondo ma è separato dal mondo: sé stesso.
Bibliografia
- Thomas Hobbes, Leviatano (1651), parte I, cap. V, «Della ragione e della scienza», trad. it. riportata in Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIII, pp. 441–442 ↩︎

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