L’irreversibile viaggio letterario di Julio Cortázar

Definire Cortázar un autore del fantastico è alquanto riduttivo. Le implicazioni della sua letteratura sono molto più profonde ed hanno a che vedere prima di tutto con il linguaggio. Si tratta di un autore che ha speso gran parte della sua ricerca nel racconto, la sua produzione letteraria ha spaziato in questa direzione fino a farne un’arte raffinata e potente, capace di aprire spazi di riflessione radicali. Per essere più precisi – nella consapevolezza che si tratta di un’ambizione irreale – tutta l’opera di Cortázar si è mossa indagando il rovescio della realtà, cercando i punti di rottura in cui il paradosso, la logica, entrano in crisi già nell’uso della parola. Per comprendere l’importanza di questo aspetto occorre andare tra le pagine di un libro-intervista con il suo amico Omar Prego in cui è Cortázar stesso a spiegare il suo rapporto con il linguaggio, evocando la propria infanzia:

Entrai in un periodo che avrebbe potuto essere pericoloso o sboccare nella follia: voglio dire che per me le parole cominciarono ad essere più importanti delle cose stesse.1

L’affermazione non riguarda la mera descrizione di uno stato mentale o di una fase transitoria dell’esistenza, ma ha la portata di un vero manifesto letterario. Questo approccio logico-linguistico sboccerà progressivamente tra le pagine della sua letteratura. Proseguendo la lettura dell’intervista questo diventa particolarmente evidente:

Una parola poteva affascinarmi […]. Tendevo un dito e scrivevo parole, le vedevo prendere corpo nell’aria, parole che erano già parole-feticcio, parole magiche […]. È da quel momento che ho cominciato a giocare con le parole […] Ignoravo l’esistenza dei palindromi, ma quando scoprii il primo in un libro, il più classico, quello che dice Dable arroz a la zorra el abad, allorché scrivendolo sulla carta o nell’aria mi resi conto che diceva la stessa cosa nei due sensi, capii che ero entrato in un rapporto magico col linguaggio”.2

Questa è, a mio avviso, la chiave di lettura più pertinente per decifrare la sua ricerca. Se la usassimo per muoverci tra le parole, come usassimo un lanternino in una soffitta buia, muovendoci tra i suoi racconti potremmo individuare la logica che ne è alla base. In che misura attraverso il linguaggio possiamo mettere in discussione il reale? La questione non è muoversi nel fantastico, considerare la letteratura un mondo altro rispetto al reale, né far entrare il fantastico nella realtà, usando il racconto come un laboratorio in cui testare i punti di rottura tra linguaggio e realtà, ma usare la materia prima della nostra relazione con il mondo, ossia il linguaggio, per mostrarne discrepanze, illogicità, scollamenti, e dunque verificare se questo territorio tipicamente umano mostra delle crepe e se le cose riguardo al reale non stanno come crediamo. Partiamo dall’incipit del racconto Axolotl, contenuto nella raccolta Fine del gioco (Final del juego), del 1956:

Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin del Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl.3

Da queste poche righe è già evidente una rottura logica: chi sta parlando? La voce narrante è il terreno in cui il patto non solo tra narratore e lettore, ma tra parole e logica, è saltato. Il racconto altro non è che il ritorno a questo assurda premessa, e il susseguirsi degli avvenimenti non porta ad una comprensione logica della narrazione, ma solo ad una sua accettazione per come si presenta, ossia incredibile e assurda. Ma se qualcosa può essere affermato allora in qualche modo può anche esistere? In questo senso la raccolta Fine del gioco è un continuo esercizio di superamento della logica. Non è una semplice provocazione, un esperimento linguistico, ma un cambio di direzione: Cortázar si pone il problema della sostenibilità della letteratura che lo ha preceduto. Ce lo spiega lui stesso nel celebre saggio intitolato Alcuni aspetti del racconto (Algunos aspectos del cuento) nato originariamente come una conferenza tenuta dallo scrittore a L’Avana nel 1962, poi pubblicata sulla rivista Casa de las Américas e inserita nelle sue raccolte di saggi e riflessioni teoriche sulla letteratura:

Quasi tutti i racconti che ho scritto appartengono al genere che, per mancanza di un nome migliore, potremmo definire narrativa fantastica, e si contrappongono a quel falso realismo che consiste nel credere che ogni cosa possa essere descritta e spiegata come dava per scontato l’ottimismo filosofico e scientifico del XVIII secolo, ovvero all’interno di un mondo governato più o meno armoniosamente da un sistema di leggi, principi, relazioni di causa-effetto, psicologie definite e geografie ben mappate. Nel mio caso, il sospetto di un altro ordine, più segreto e meno comunicabile, e la feconda scoperta di Alfred Jarry, per il quale il vero studio della realtà non risiedeva nelle leggi stesse, ma nelle loro eccezioni, sono stati alcuni dei principi guida della mia personale ricerca di una letteratura al di fuori di qualsiasi realismo eccessivamente ingenuo.4

La categoria del fantastico è quindi insufficiente a inquadrare la ricerca di Cortázar, la sua letteratura non è volta a una forma di intrattenimento impegnato o a una ricerca puramente estetica. Il termine probabilmente più adatto in questo senso è straniamento, e per ragioni immediate, ed è Cortázar stesso a raccontarlo. In una celebre lezione tenuta presso l’Universidad Católica Andrés Bello (UCAB) di Caracas, nota con il nome El sentimiento de lo fantástico, l’autore parla di qualcosa che emerge dal quotidiano, qualcosa che si muove al di sotto della realtà, laterale, in un altrove a pochi passi da noi e che di tanto in tanto riemerge dalle crepe del reale. Non è possibile descrivere questo “qualcosa” in modo accurato, fare di questa intuizione una scienza dello straniamento, ma sta lì ed in qualche maniera ci segue nell’esistenza. In questa prospettiva qual è dunque il senso della letteratura di Cortázar? Non può essere imitazione, non può essere descrizione, si tratta piuttosto del tentativo di ingabbiare nell’artificio del racconto questo sentimento, riproducendolo in modo artificiale con l’unico strumento che abbiamo per rapportarci al reale, ossia il linguaggio, tentando di guardarlo da vicino; e quando il linguaggio diviene racconto possiamo in qualche modo ridefinire le regole del reale “possibile”, per sperimentare in una materia distillata dal reale la nostra esperienza di straniamento in una nuova luce. Ecco il passaggio più interessante di quel discorso del 1982:

Quella sensazione, che credo si rifletta nella maggior parte dei miei racconti, potremmo chiamarla straniamento; può capitare a chiunque in qualsiasi momento, è capitata a chiunque, capita a me continuamente, in qualsiasi momento che potremmo definire prosaico: a letto, sull’autobus, sotto la doccia, mentre parlo, cammino o leggo. Ci sono come piccole parentesi in quella realtà, ed è lì, in quei momenti, che una sensibilità predisposta a quel tipo di esperienza percepisce la presenza di qualcosa di diverso, percepisce, in altre parole, ciò che potremmo chiamare il fantastico. Non è nulla di eccezionale; per le persone dotate di una sensibilità al fantastico, quella sensazione, quello straniamento, è presente, ad ogni passo, ripeto, in ogni momento, e consiste soprattutto nel fatto che gli schemi della logica, della causalità del tempo, dello spazio – tutto ciò che la nostra intelligenza ha accettato fin da Aristotele come immutabile, certo e rassicurante – viene bruscamente scosso, come agitato, da una sorta di vento interiore che lo sconvolge e lo fa cambiare.5

Comincia così a schiarirsi questa strada di fondo dell’opera di Cortázar, e comprendiamo il senso di racconti come Il fiume (El río) incluso sempre nella raccolta Fine del gioco (Final del juego), in cui la dimensione del sogno e la realtà sono totalmente inestricabili; o Continuità dei parchi (Continuidad de los parques), dove ci si ritrova a osservare un lettore che legge un libro in cui un personaggio sta per compiere un delitto contro qualcuno che sta leggendo (lo stesso protagonista) ed in cui la logica circolare si muove perforando ancora una volta il patto del racconto stesso; ma più in generale la sua produzione letteraria è una continua sfida delle convenzioni tra scrittura, lettura, linguaggio e realtà, disseminata in tutto ciò che ha scritto. L’opera di questo autore richiede ancora molto lavoro di studio per comprenderne la portata, così come calcolare la profonda influenza esercitata su tutta la letteratura, compresa quella italiana, ma possiamo coglierne nell’immediato i temi tuttora vivi e profondamente connessi con la nostra vita. In un certo senso la sua letteratura è più legata al nostro mondo che non a quello in cui nacque, e proprio qui tra intelligenze artificiali, dimensioni virtuali e assalti continui al linguaggio, meriterebbe di essere esplorata e discussa più a fondo, come si fa con le eredità culturali tanto radicali e profonde da essere irreversibili.

Nacque a Bruxelles nel 1914, poiché figlio di un diplomatico. Trascorse la prima infanzia in Svizzera, ma nel 1918 fece ritorno con la famiglia in Argentina. Antiperonista, visse dal 1951 in Francia, dal 1981 fu naturalizzato francese. Conseguì un diploma per l’insegnamento nelle scuole secondarie, e insegnò nella provincia di Buenos Aires. Poi dal 1945 insegnò Letteratura francese all’università di Cuyo (Mendoza). Lasciò volontariamente l’insegnamento per motivi politici.

Bibliografia

  1. Omar Prego Gadea, La fascinacion de las palabras: conversaciones con Julio Cortazar, Barcelona, Muchnick, 1985; in Antonio Tabucchi, Di tutto resta un poco, a cura di Anna Dolfi, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 103 ↩︎
  2. Ibidem ↩︎
  3. Julio Cortázar, I racconti, Einaudi, 1994 ↩︎
  4. Algunos aspectos del cuento (1963), Julio Cortázar ↩︎
  5. El sentimiento de lo fantástico, Julio Cortázar, 1982; Ciudad Seva, Casa digital del escritor Luis López Nieves ↩︎

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