Guarire dal Mondo

Il blog di Roberto Cosenza

La gabbia del linguaggio

Se avessimo preso sul serio gli scritti di Wittgenstein avremmo dovuto fermarci per cinquant’anni, sospendere la nostra produzione culturale e metterla alla prova non solo delle sue teorie, ma di gran parte della filosofia del linguaggio sviluppata nell’arco del ‘900, per comprendere dove ogni nostro discorso è fallace. Nel Tractatus logico-philosophicus scrive:

“Le proposizioni e le domande che si sono scritte su cose filosofiche sono per la maggior parte non false ma insensate. Perciò, a domande di questa specie noi non possiamo affatto rispondere, ma possiamo solo constatare la loro inesattezza. Le domande e le proposizioni dei filosofi si fondano per la maggior parte sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguaggio. (esse sono come la domanda, se il bene sia più o meno identico al bello.)” (4.003)1

Si tratta già di un avviso, e di un invito. La cosa risulta evidente e radicale in tutte le sue implicazioni se si passano in rassegna i quattro problemi evidenziati già nell’introduzione di Bertrand Russell del 1922 al Tractatus2:

1. Cosa accade nella mente quando parliamo cercando di dire qualcosa con il linguaggio?

2. Quale relazione c’è tra ciò che diciamo (pensiero, parole, enunciati) e ciò a cui ci riferiamo?

3. Come si devono utilizzare gli enunciati affinché dicano il vero e non il falso?

4. Quale relazione ci deve essere tra un fatto ed un altro affinché sia capace di essere un simbolo di esso?

Dunque si pone la questione di un linguaggio logicamente coerente (o perfetto), se esista corrispondenza tra un enunciato e qualcosa di perfettamente definito. Da un lato abbiamo gli interrogativi sulla struttura del linguaggio, di ciò che può o non può rappresentare, dall’altro ciò che resta fuori dalla sua portata, ed è il caso della filosofia. In questo senso, a seguito della lettura di Wittgenstein possiamo interrogarci sul fatto che il linguaggio sia sempre più o meno vago, e se esista un’area ampiamente al di fuori della sua portata: nessuna affermazione che non riguardi i fatti del mondo e la loro relazione può essere sostenuta. Questo implica che fino a quando queste questioni restano irrisolte è sostanzialmente impossibile affermare qualcosa di certo, e questo, come è evidente, travolge non solo la filosofia, ma anche la letteratura e in senso più ampio l’arte. Wittgenstein è tornato sulle conclusioni del Tractatus, rivedendole, ma dalla sua pubblicazione credo che nulla sia stato come prima.

Ora, a me pare che nel mondo culturale e letterario in pochi si siano posti concretamente il problema e molti autori abbiano continuato a procedere come nulla fosse. Di recente Wittgenstein è stato parzialmente riscoperto nella cultura di massa, è tornato nei dibattiti ma è citato in realtà spesso a sproposito (più o meno consapevolmente). Questo accade perché, credo, molti autori, se non tutti, cadrebbero come mele mature dall’albero, perdendosi nell’erba, venendo dimenticati. Perché è così ovvio che “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, al punto tale che la letteratura – e forse l’intero discorso umano – non può esistere se non alla luce di questo limite. La letteratura può essere solida nel suo registro estetico, ma occorre che sia anche ancorata alla realtà. Un esempio delle implicazioni della filosofia di Wittgenstein sta nell’intreccio tra psicanalisi e letteratura e di tutto ciò che ne è conseguito. Se è vero che il discorso psicologico ha investito la produzione letteraria nell’arco del ‘900 passando fino a noi, allora dobbiamo necessariamente chiederci quale sia la relazione tra ciò di cui noi tentiamo di discutere e il linguaggio che usiamo. Inoltre nell’epoca dell’ipercomunicazione che viviamo, un discorso sul linguaggio non può non esistere.

Fatta questa dovuta premessa, è importante porsi il problema della realtà e andare ancora oltre: come possiamo comprendere il mondo, relazionarci ad esso, se il linguaggio che usiamo per descriverlo, come abbiamo detto, è limitato? Perché il punto centrale di una analisi in questa direzione interpretativa è che le parole non sono le cose e dunque se cerchiamo di affrontare il mondo, l’esistenza e l’esperienza attraverso il linguaggio, dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo chiusi in un recinto autoreferenziale. Siamo chiusi all’interno del linguaggio, in sostanza. L’arte rompe questo schema, l’esperienza può rompere questo schema, ma solo se riesce ad aggirare il linguaggio ed i suoi limiti. La poesia rompe questo schema, con il ruolo centrale attribuito al non detto. Del resto la poesia si interroga su questo orizzonte da molto tempo, ed il potenziale della parola in relazione alla realtà può essere considerato il centro di molta della produzione letteraria in versi, di cui il simbolismo e l’ermetismo sono solo due delle espressioni di ricerca in questa direzione. Chiara in Baudelaire la ricerca, che sembra coincidere almeno in parte, con questa tensione, di cui alcuni passaggi di Corrispondenze, in Les Fleurs du Mal sembrano essere un manifesto:

La Natura è un tempio in cui pilastri vivi
a volte emettono confuse parole;
l’uomo, osservato da occhi familiari,
tra foreste di simboli s’avanza.3

Così come Ungaretti in Il porto sepolto:

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
4

Questa coscienza dell’indicibile, questo rimando tra mondo reale e parola, è un motivo che ritorna, ed in Wittgenstein sembra solo palesarsi. A mio avviso c’è un universo oltre ciò che noi possiamo esprimere con il linguaggio, di cui si dovrebbe tacere ma che non possiamo fare a meno di tentare di indagare. Questo è l’impianto che credo seguano sia il realismo magico sia il surrealismo, entrambi in grado di spezzare la logica razionale e metterla alla prova. Un esempio di sguardo nelle crepe del reale è Cortázar, queste ragioni in lui trovano una voce efficace nell’indagine dell’altrove e dunque del linguaggio: si pensi ad “Axolotl”, il celebre racconto contenuto nella raccolta Fine del gioco (Final del juego) del 1956, esempio di esposizione linguisticamente corretta di una situazione paradossale e impossibile. C’è stato più di un momento in cui la letteratura ha lavorato sugli strumenti della rappresentazione del reale, ponendosi il problema delle opportunità e dei limiti del linguaggio, tema però raro nella letteratura contemporanea, soprattutto di massa, che pare intenta più a rappresentare situazioni quotidiane con un registro di superficie che la consistenza di ciò che quei fiumi di inchiostro possono o non possono rappresentare della realtà vissuta. Di cosa parlano due protagonisti di un romanzo familiare, quando discutono delle loro incomprensioni, alla luce di questi limiti? Cosa riesce a rappresentare l’autore? Quanto è cosciente l’autore del disallineamento tra la realtà e le parole che sta usando, che i suoi stessi protagonisti stanno usando? Perché se il problema è presente in filosofia, Wittgenstein non è l’unico caso di indagine in questa direzione, in letteratura si moltiplica e i due mondi non possono essere impermeabili l’uno all’altro.

Forse non è un caso che la verbosità del mondo contemporaneo nasconda un vuoto, e più le parole vanno moltiplicandosi più i significati vanno scemando. Volendo gettare qui una bozza programmatica per una letteratura del nostro tempo, dovremmo necessariamente ripartire da questo punto, da questo nodo delle corrispondenze, che implica non solo un recupero del rapporto con la parola, ma del rapporto tra la parola ed il reale.

Bibliografia

  1. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914 – 1916, A cura di Amedeo G. Conte, Piccola Biblioteca Einaudi, 2009 ↩︎
  2. Ibidem ↩︎
  3. Charles Baudelaire, I fiori del Male, a cura di Massimo Colesanti, Newton & Compton Editori, 2004 ↩︎
  4. Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di Carlo Ossola, Milano, Mondadori, 2009. ↩︎

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