Sono passati 185 anni da quando Edgar Allan Poe pubblicò “I delitti della Rue Morgue” (The Murders in the Rue Morgue) per la prima volta sul Graham’s Magazine dell’aprile 1841. Da allora il giallo è cresciuto senza sosta. Come sappiamo “Giallo” in realtà è il nome italiano del genere, derivato dalla collana “Il giallo Mondadori”, pubblicata dal 1929, ma non si tratta di un genere unico e monolitico, comprende infatti molte varianti, ma comunque lo si voglia chiamare, poliziesco, noir, o thriller, è stato a lungo considerato un genere di consumo, in qualche misura minore rispetto alla grande letteratura, in sostanza materiale non letterario. Eppure Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Georges Simenon utilizzavano tecniche raffinatissime di scrittura, a mio avviso fondamentali da assimilare per gli aspiranti scrittori. Il fondatore del genere, Poe, fu appunto un autore di enorme spessore (confesso, fu il primo scrittore che lessi in prosa nella mia vita). Come ha fatto a diventare un genere che oggi racconta il mondo contemporaneo così abilmente? Il motivo, a mio avviso, sta nella sua capacità di indagare senza tabù il mondo contemporaneo: si tratta dell’unico ambito letterario sopravvissuto in cui, all’interno dello schema quasi prestabilito dei canoni del genere, gli autori sono liberi. In questa cornice si riversano molte delle tensioni politiche, storiche, di cronaca, psicologiche – e non solo – che affollano il nostro mondo. È direttamente collegato al giornalismo, alla critica, ai fatti. Un genere in cui si può camuffare faccende molto più complesse, che forse nello stesso giornalismo non si potrebbero affrontare. In questo senso è diventato una sorta di rifugio dell’indagine e dell’inchiesta. Questi ingredienti sono sufficienti da renderlo strettamente legato al mondo contemporaneo. Dunque, chiunque dovrebbe consumare almeno un giallo all’anno, quantomeno per poter dire di essersi interessato alle faccende del mondo.
Le critiche al genere, ossia di scadere nel materiale culturale commerciale non è infrondata, ma occorre distinguere i casi: esistono gialli e gialli, come vedremo tra poco. L’altra grande critica mossa a questa corrente è l’utilizzo di schemi ricorrenti, di una sorta di binario che incanala lo sviluppo della narrazione. Ma questo non è necessariamente un limite: nel blues esiste uno schema ricorrente, questo non ha impedito a molti artisti di sviluppare musica originale e di evolvere in altri generi. In questo senso è celebre l’analisi di Edmund Wilson Why do people read detective stories? apparso sul “The New Yorker” il 7 ottobre 1944, e che può essere sintetizzata con un suo passaggio:
“Come genere di scrittura creativa, mi sembra completamente morto.”
In questo senso Wilson considerava il genere una replica di se stesso, una pratica concessa agli autori del genere ad libitum.
Mi interessa però far emergere qui alcuni casi specifici, che credo dimostrino in realtà quando questa prospettiva critica sia un declassamento fine a sé stesso. Due esempi per tutti:
La testa perduta di Damasceno Monteiro, Antonio Tabucchi, 1997: Un violento episodio di sangue irrompe nella città di Oporto e ad indagare sull’accaduto è il giovane giornalista di nome Firmino, una figura debole di fronte a faccende molto grandi e complesse. Sotto le apparenze di un’inchiesta sul fatto di cronaca c’è una riflessione sugli abusi di potere e sulla giustizia. In questo senso il testo è in continuità con Sostiene Pereira del 1994. La letteratura di Tabucchi ha una traccia ricorrente, non segue la bussola del genere: i personaggi delle sue storie vivono nelle normalità apparenti, nella queste di superficie del mondo, ma sotto questa coltre si muovono domande radicali e spesso laceranti. Ecco perché un autore di questo tipo “entrando” in un genere può destrutturarlo al punto da romperne gli schemi. Cosa resta del giallo in questo caso? La vaga impressione, il fatto che nel racconto esista una vittima, forse un’indagine, poco altro.
Il nome della Rosa, Umberto Eco, 1980: romanzo di esordio di Umberto Eco (incredibilmente, a 48 anni), ha una struttura semplice. Il contesto in cui si svolge la narrazione è un’abbazia medievale, dove una comunità di monaci è toccata da una serie di delitti. Sui fatti indaga un frate francescano, sondando i misteri di una biblioteca inaccessibile. Il libro è stato tradotto in 60 paesi, un best seller da 7 milioni di copie solo in Italia, vincitore del premio Strega, che ha ispirato film (come la trasposizione cinematografica del 1986 diretta da Jean-Jacques Annaud) e serie tv di successo mondiale, il che conferma come qualità e mercato possono procedere di pari passo. Il senso del lavoro letterario è destabilizzante, non serve ad affermare un’idea ma forse a fare il contrario. Probabilmente il modo migliore di spiegarlo è lasciar parlare lo stesso Eco:
“L’idea del Nome della rosa mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è un rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.”
Ma si potrebbe proseguire con altri autori, dai racconti di Borges (La morte e la bussola) o di Bernard Malamud (L’uomo di Kiev), fino ai lavori di Sciascia (Il giorno della civetta). La lista è lunga ed estremamente articolata, tanto da rendere quasi vuota la categoria di “giallo”.
I due esempi citati confermano la tradizione radicata in Italia di utilizzare il genere per affrontare temi più ampi e più complessi. L’involucro del genere è quindi veicolo di significati più profondi. La critica dovrebbe dunque soffermarsi meno sulla forma e contestualizzarla: del resto la storia della letteratura è costellata di generi con dei canoni, evidenti sin dall’antichità. La mia impressione è che in Italia esista una eredità politica che influenza profondamente la critica, ossia l’idea che il denaro sia qualcosa di disdicevole e dunque un successo commerciale sia da guardare con sospetto, come del resto si fa in genere con il mercato, ma questo pregiudizio non ha senso di esistere, poiché la qualità non solo può convivere con il successo commerciale, è anzi auspicabile che sia così.
In ogni caso lo stesso Poe ha strutturato le sue opere per indagare l’animo umano, e di certo non si può parlare di questo autore come di una penna minore. L’atteggiamento sta però cambiando nei confronti del giallo. In senso contrario – questo sì, è qualcosa di negativo – spesso i libri vengono costruiti per il successo, in qualche modo preparati a tavolino per la loro vendibilità, ma questo non riguarda solo il giallo, ma investe diversi generi in voga nell’industria editoriale. La distinzione principale tra i casi di qualità citati e il “ciarpame” letterario è proprio questa: i perché dell’opera.

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