Imporre la virtù

Nella nostra comunità si stanno consolidando dei cambiamenti in relazione al nostro rapporto con la libertà e la democrazia. In qualche modo si sta facendo spazio l’idea che le opinioni ritenute non sufficientemente etiche e le posizioni non allineate alle aspettative di una determinata parte della comunità debbano essere messe a tacere, marginalizzate o in qualche modo limitate. Si tratta di un atteggiamento contrario alle libertà elementari alle quali siamo abituati e che viene spesso dal basso, che lascia trasparire una crescente normalizzazione dell’idea che alcune idee possano non avere diritto di cittadinanza nel nostro mondo politico e culturale.

Abitualmente diamo poca importanza ai social, ma sono un ottimo termometro per alcune declinazioni del sentimento comune: post, commenti, linguaggio diffuso, logica alla base dei ragionamenti esposti, molto lascia tradire un calo del livello del dibattito democratico. La sinistra si è sempre ritenuta immune dagli atteggiamenti antiliberali, in qualche modo negli anni ha sempre riconosciuto a sé stessa un ruolo di primo piano nella difesa delle libertà conquistate dalla nostra democrazia, eppure non è immune a questa piega, e nel suo stesso mondo convivono istanze democratiche e pulsioni contrarie alla libertà di espressione. Questo a riprova del fatto che il problema è trasversale.

Vale però la pena porsi alcune domande: cosa accadrebbe se si affermasse l’idea che solo ciò che è ritenuto giusto sia degno di essere divulgato? Come evitare che l’istinto contro la libertà di espressione prevalga? Umberto Eco, nel suo celebre discorso pronunciato in occasione del simposio organizzato alla Columbia University il 25 aprile 1995, e pubblicato su The New York Review of Books con il titolo Eternal Fascism, nell’indicare i possibili archetipi dell’Ur-Fascismo, offre spunti interessanti quantomeno per orientarsi su cosa va oltre le regole del dibattito democratico. In particolare, nel quarto e quinto archetipo, in ordine di esposizione:

“4. Nessuna forma di sincretismo può accettare la critica. Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere è un segno di modernità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.

5. Il disaccordo è inoltre un segno di diversità. L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.”

    È interessante notare come molti dei commenti che leggiamo sui social, molte opinioni che ascoltiamo, molte prese di posizione in merito ai fatti del nostro tempo corrispondano in modo abbastanza chiaro a questi archetipi. Un autore, un intellettuale, un musicista, pur esponendo e spiegando ampiamente le proprie posizioni su fatti che avvengono nel mondo, e pur avendo argomentato ampiamente il proprio pensiero, possono essere travolti dalle polemiche, senza appello e senza ritorno. Esistono dunque idee ormai divisive anche nel mondo della cultura, al punto tale da creare mondi che non si incontrano e non vogliono incontrarsi. Una simile sorte può toccare anche chi non si schierati affatto. In un caso dunque un’azione attiva, nell’altro un atteggiamento passivo, entrambi rei di non essere in linea con delle aspettative. Ma questo in democrazia è sostenibile?
    C’è stato un momento nella storia in cui fu attuato un concreto tentativo di affermare la virtù con tutti i mezzi a disposizione, ed è stato anche il momento in cui le democrazie europee hanno avuto origine, ossia nel corso della Rivoluzione francese, ma in quel caso la volontà di affermare ciò che è giusto ha coinciso con il cosiddetto Regime del Terrore proprio quando si virò verso l’imposizione di ciò che era ritenuto giusto. È un eccesso, ma fa riflettere: allora l’obiettivo del Comitato di Salute pubblica era quello di affermare i valori rivoluzionari ed una sorta di etica rivoluzionaria, o come spiegò in un suo discorso Louis Antoine de Saint-Just alla Convenzione nel febbraio 1794, creare un ordine che stabilisca “una inclinazione universale al bene”. All’epoca nessuno aveva ancora sperimentato i regimi totalitari in chiave moderna, sistemi che applicarono ampiamente questo principio arbitrario. È banale ricordarlo, ma tutti i regimi partono dall’imposizione di valori ritenuti giusti dal punto di vista di chi li impone; quindi, il totalitarismo è insito nell’idea stessa che possa esistere un bene da affermare e un male da ostacolare, il che non implica una dialettica democratica.
    Dobbiamo abituarci ad un mondo polarizzato, in cui i dibattiti avvengono tra persone già allineate nelle opinioni oppure possiamo sperare di poter recuperare un dibattito pubblico sano sulle questioni più complesse? In qualche modo il mondo della cultura riflette le dinamiche politiche del momento, in cui un certo atteggiamento tribale è ormai la norma. Qui non si discute infatti delle singole idee, ma dello spazio per la loro espressione: le idee, infatti, continuano ad esistere anche quando si tenta di spegnerle; dunque, la logica più sana in una democrazia è dibatterle.
    Dovremmo cercare di non abituarci al fatto che sempre più di frequente si scatenino violente polemiche contro chi in qualche modo ha opinioni scomode, disallineate, indipendenti, non sufficientemente “etiche”, o semplicemente differenti, ed al fatto che in queste occasioni si leggono commenti e affermazioni provenienti da più direzioni, spesso dal basso, che mettono violentemente in discussione la liceità dei punti di vista espressi di volta in volta da personaggi pubblici o nomi meno noti. Ed è paradossale che questa richiesta di inquisizione venga spesso anche da sinistra, proprio per come cerca abitualmente di descrivere sé stessa. I paesi che sono passati attraverso momenti bui della storia nelle loro costituzioni sanciscono la libertà di espressione per un motivo semplice: la consapevolezza del fatto che i criteri per la restrizione delle opinioni sono sempre arbitrari. Chiaramente ogni opinione non deve superare i limiti delle libertà altrui, ma occorre ricordarsi che accettare l’idea che alcune opinioni siano non lecite e vadano represse vuol dire accettare che prima o poi la censura possa colpire chiunque. La woke culture non è altro che una delle possibili declinazioni del conformismo intellettuale e ne abbiamo conosciuto tutti gli effetti collaterali. Avrebbe senso smorzare l’ottimismo di chi cavalca questa onda illiberale: i tribunali rivoluzionari finiscono sempre per cibarsi dei propri figli.

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