Quando Milano è diventata Milano? Quando ha deciso di trasformarsi nella capitale economica del paese con tutto ciò che comporta? A sentir parlare i milanesi questa città non è più la stessa, ma ascoltandoli bene si capisce come questa città non sia mai stata sé stessa. Ed è chiaro già dalla sua architettura: un mix di stili, progetti, modi di vivere che stanno insieme come per miracolo. A questo proposito viene facilmente in mente Philippe Daverio:
I milanesi sono l’unico popolo che io conosca che ha perso il senso della propria provenienza. Non hanno più un rapporto di identità culturale con le proprie istituzioni. Il pubblico milanese è bonario, critica poco e se mai non consuma. Gli si può dare foie gras per due anni e se poi si passa alla buseca non è che quelli dicano vogliamo il foie gras; mangiano meno buseca e se ne vanno. Son così i milanesi.1
Attraversare Corso Como è un viaggio nel tempo in pochi metri: alle spalle il complesso di Piazza Gae Aulenti ed i suoi grattacieli, poi un passeggio di cubetti in porfido accompagna alla Porta Garibaldi, del 1826, oltre quel limite c’è ancora un’altra città. Washington e San Siro potrebbero essere altrove, in un altro stato, Bovisa un quartiere pescato a caso da una qualsiasi città europea. Eppure qui ognuno nel tempo è riuscito a trovare la propria dimensione, ad affezionarsi ad un luogo dove le opportunità non mancano, dove c’è futuro per tutti, basta volerlo. C’è però un prezzo da pagare, perché la crescita di questa città non è senza conseguenze, qui si concentrano, è vero, le ambizioni ed i progetti, ma anche una popolazione numericamente sproporzionata rispetto alle capacità del luogo. Milano ha formalmente 1.3 milioni di abitanti circa, la città metropolitana ne conta 3.2, la regione 10. Qui ogni giorno si muove una massa di popolazione con le sue ambizioni ed i suoi bisogni che va ben oltre i numeri formali. La crescita dei prezzi delle case e della vita, la gentrificazione, la riqualificazione dei quartieri senza sosta che moltiplica il valore degli immobili, sono tutti problemi noti, ma non sufficienti ad uno scatto che possa far crescere un progetto di città davvero strutturato e delineato. In sostanza Milano non diventa bella come una capitale, sembra non credere abbastanza in sé stessa, resta sospesa tra il presente ed il possibile.




Una delle più diffuse sensazioni che ho provato qui è stata quella di attraversare dei luoghi di passaggio, non davvero vissuti. Sono pochi i quartieri in cui si percepisce la presenza di una comunità, per il resto è evidente che molti palazzi non sono altro che grandi letti a castello, che molte vie zeppe di negozi altro non sono che intrattenimento per turisti, o per una popolazione internazionale abituata ad un modo di vivere molto a suo agio con i nonluoghi. E qui nasce un altro tema, perché si intravede qualcosa che sembra diventare tipico da queste parti: la città si piega alle aspettative, crea luoghi e modi di vivere non suoi, cerca di accontentare le richieste del passante. Ma quando cerchi di essere costantemente qualcos’altro e smetti di essere ciò che sei davvero potrebbe essere complesso tornare indietro. In questo Milano non è né una città internazionale, né una città italiana, ma un costante momento di passaggio, un limbo, un ibrido, il che non è necessariamente negativo, ma vuol dire però che resta quasi impossibile cogliere lo spirito del luogo.

Questo genere di cose accadono laddove non c’è una popolazione davvero stanziale e certamente sfugge alla comprensione la vita di quartiere, almeno alla vista.
Questa piccola grande città è diventata rapidamente qualcosa che non aveva programmato di essere, questa è la mia impressione. Una via come Montenapoleone, ad esempio, è una grande strada asfaltata, non un passeggio per lo shopping di lusso, dove auto costose, motorini e utilitarie convivono. L’Arco della Pace si trova in una piazza anonima e di fronte a sé vede locali dove bere un drink ma anche una grande via di passaggio dove – di nuovo – le auto passano oltre senza dare troppa importanza alla vita che lì si consuma. Alle sue spalle un grande parco che affonda nel verde un castello. Una convivenza forzata.
E quindi Milano è semplicemente accaduta, probabilmente nessuno ha pensato, immaginato e desiderato questa Milano. Le cose sono andate così e continuano ad andare così, il suo spirito aleggia a tratti, è ovunque e in nessun luogo, non si conoscono i suoi confini, le sue tipicità, la sua anima. Questo ha a che vedere con la nostra capacità di pianificare le città (si pensi a Roma), al nostro modo di trarre reddito e profitto dai luoghi in cui viviamo (si pensi a Firenze), o con la nostra tipica attitudine di italiani sempre un po’ immobili di fronte alla storia (si pensi al lento processo di recupero e valorizzazione delle stupende città del sud).
Viene da chiedersi se questo non sia in realtà il destino di ogni città che cresce, e se in qualche modo sia più grande di chi vive e governa i luoghi, ma affermarlo sarebbe anche una inammissibile forma di pessimismo. Il contrario di Milano non è una città perfetta, non caotica o prevedibile, il suo contrario è semplicemente una città vissuta.
Bibliografia
- L’arte con Daverio fa il tutto esaurito, Corriere della Sera, 17 gennaio 2004 ↩︎

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