Odiare Pasolini

Pier Paolo Pasolini è diventato un modello culturale, quasi un’istituzione per la sinistra. Spesso citato e tirato per la manica della giacca per supportare tesi contemporanee, è diventato un vero e proprio fenomeno pop. Ma sono convinto che molti lo avrebbero odiato se fosse stato vivo ancora oggi. Le posizioni espresse già all’epoca erano tutt’altro che allineate ai canoni della sinistra, e oggi forse avrebbe continuato a mantenere la stessa linea. Alcune sue idee sono tutt’ora in contraddizione con i valori diffusi tra i cosiddetti “progressisti”. Ma Pasolini era un intellettuale libero, che applicava i principi del marxismo, ma da questo aveva anche imparato a svincolarsi dall’omologazione, cosciente del fatto che le idee politiche non possono diventare una religione della modernità, anche quando dal marxismo nascono.

1. Contro la legalizzazione dell’aborto, 1975

Il 19 gennaio 1975 Pasolini scrive sul Corriere della Sera:

Sono però contrario alla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.1

Si tratta di una posizione morale che oggi è in totale controtendenza rispetto alle convinzioni del mondo progressista e di buona parte della sinistra contemporanea. Ma perché Pasolini affermava questo? Egli inserisce il discorso in una cornice più grande, quella della società dei consumi, denunciando come in realtà la gestione delle conseguenze della libertà sessuale sia utile a spingere verso una liberalizzazione in senso consumistico dei costumi. L’invito di Pasolini è di considerare ciò che c’è prima del concepimento, ossia i nuovi costumi sessuali che, superati i tabù, si diffondono rapidamente nell’Italia dell’epoca. L’occasione gli è utile per far emergere un’altra contraddizione: il referendum promosso dai radicali ed il conseguente dibattito, che è pretesto dell’articolo, in realtà asseconda in modo conformista il volere della maggioranza, quasi con senso pratico, con “realpolitik”. Questa, secondo Pasolini, non è una mossa opportunistica, parla infatti di buonafede dei Radicali, ma non per questo può essere considerata innocua. Muoversi tenendo conto di cosa pensa ormai la maggioranza può essere pericoloso, questo perché Pasolini probabilmente crede che quella stessa moltitudine prevalente è soggetta alle trasformazioni, che lui reputa violentissime, della società dei consumi. Dunque “la maggioranza, – scrive – nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo.“2

2. I diritti civili e il conformismo degli intellettuali progressisti, 1975

Veniamo alle questioni di metodo. Nel 1975 Pasolini interviene al XV congresso del Partito Radicale, mettendo a tema una questione solo apparentemente marginale del discorso politico, ponendo un tema che oggi vediamo esploso in tutta la sua pervasività: quando la lotta per qualcosa diventa metodo, cultura e si trasforma in conformismo? Questo è un punto centrale della politica contemporanea, e pur essendo stato discusso da Pasolini nel 1975 ci riguarda molto da vicino. Ciò che egli nota è la cristallizzazione della cultura progressista, che in questo modo rischia la paralisi. Cito testualmente dal suo intervento:

Ora, la massa degli intellettuali che ha mutato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili, rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.3

Cosa sta dicendo Pasolini, in sostanza? Sta denunciando quel meccanismo di inghiottimento di ogni cosa da parte della società dei consumi, che divora ogni aspetto, anche le contestazioni e le spinte contrarie, rendendole conformi ai propri valori e in questo modo disinnescandole. In questo senso il pericolo del conformismo non solo è concreto, ma totalmente realizzato, come possiamo vedere oggi.

3. Contro le posizioni del PCI in occasione del referendum sul divorzio, 1974

Su questo capitolo del pensiero di Pasolini occorre fare delle premesse di contesto. Il suo modo di vedere i cambiamenti in corso è sostanzialmente invariato e lucidamente coerente, ma per comprendere il suo punto di vista è necessario guardare agli avvenimenti: il referendum abrogativo sul divorzio si tenne il 12 e 13 maggio 1974 e fu il primo referendum della storia repubblicana. Nel dicembre del 1970 era stata approvata la Legge Fortuna-Baslini (legge n. 898), che introduceva per la prima volta in Italia lo scioglimento del matrimonio civile. Il referendum fu promosso dalla Democrazia Cristiana, guidata da Amintore Fanfani, e dai settori conservatori e cattolici, con l’obiettivo di abrogare la legge. Gli italiani quindi furono chiamati a scegliere se cancellare o mantenere la legge sul divorzio:

  • Affluenza: 87,72% degli aventi diritto (33.023.179 votanti su circa 37,6 milioni di elettori).
  • NO (contro l’abrogazione, a favore del mantenimento del divorzio): 59,26% (19.138.300 voti).
  • SÌ (a favore dell’abrogazione del divorzio): 40,74% (13.157.558 voti).4

La posizione del PCI fu molto prudente, pur sostenendo il NO, temeva infatti una spaccatura dell’elettorato e un allontanamento degli elettori di fede cattolica. Il voto invece dimostrò una apertura “progressista” che spiazzò sia la DC che il PCI. Ed è qui che Pasolini coglie una contraddizione. In un articolo del 10 giugno 1974 scrive sul Corriere della Sera ciò che pensa: Berlinguer ed il PCI da una parte e la DC dall’altra non avevano compreso il cambiamento in atto. Certo, il risultato del referendum è un fatto positivo, ma Pasolini va oltre, e sostiene che l’esito della consultazione referendaria è dovuto non tanto ad una evoluzione delle idee nel paese ma all’affermarsi, ancora una volta, dei valori della società dei consumi. Cosa dimostra la vittoria dei NO? Si chiede Pasolini, non ciò che ci si aspetterebbe:

che i «ceti medi» sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non «nominati») dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano.5

Ancora una volta è in contrasto con la visione dominante a sinistra, accusando quell’ala politica di miopia e incapacità intellettuale di generare idee vive.

4. Il conformismo della ribellione, 1973

Osservando le mode e partendo da un fatto apparentemente banale, come la moda dei capelli lunghi, Pasolini riesce a cogliere un aspetto del conformismo molto profondo, che negli anni ’70 si sta consolidando. Per lui non c’è più una distinzione tra destra e sinistra, e questo accade a partire dai costumi. Non che non vi sia differenza di idee tra le due aree, ma c’è qualcosa di più profondo: i due gruppi stanno nello stesso recinto, conformati nello stesso modello sociale, quello della società dei consumi appunto, ciò che egli ha cercato di denunciare per tutta la vita. Trovava questo aspetto così pervasivo e profondo da ritenerlo in grado di disinnescare ogni idea, e rendere la lotta politica una lotta di maniera e di superficie:

Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda, che, se non si può proprio dire fascista nel senso classico della parola, è però di una “estrema destra” reale.6

5. Contro il femminismo ufficiale, 1974

Arriviamo a uno dei punti più problematici della visione di Pasolini, che riguarda il femminismo. In un’intervista apparsa su Amica il 18 agosto 1974 ha modo di esprimere in maniera chiara cosa pensa del movimento femminista e dove stanno a suo avviso le contraddizioni:

«AMICA»: In questo senso, dunque, lei si considera femminista?

PASOLINI: In questo senso sì, si può dire che io sia femminista. In realtà, però, sono piuttosto critico nei confronti del movimento femminista. A mio avviso esso commette l’errore opposto: reagisce in modo estremistico alla situazione reale. Invece di lottare insieme con gli uomini per una società in cui entrambi siano uguali, crea un mito femminile che si oppone, in modo speculare, al mito maschile.7

Il passaggio è clamoroso, perché è spesso l’oggetto del conflitto contemporaneo in merito ai movimenti cosiddetti femministi. Pasolini qui rileva una contraddizione evidente: come si può lottare contro qualcosa diventando lo specchio di ciò che si combatte? In questo senso si potrebbe interpretare la sua posizione come antifascista nell’accezione da lui sempre sostenuta: il cambiamento per definizione deve portare a qualcosa di nuovo e diverso, non perpetrare o imitare ciò che è ritenuto nocivo. In sostanza la lotta antifascista non può diventare fascista. Pasolini è assolutamente favorevole all’emancipazione delle donne e all’affermarsi dei loro diritti, ma ancora una volta per lui la contraddizione sta nella via intrapresa.

6. La liberazione sessuale come nuova forma di oppressione, 1975

Nel 1975 Pasolini arriva ad “abiurare” in riferimento alla sua “Trilogia della vita”, che comprende tre film realizzati fra il 1971 e il 1974 : Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte:

Io abiuro dalla “Trilogia della vita”, benché non mi penta di averla fatta.8

Cosa significa? Egli rinnega il significato che quei lavori nel tempo hanno assunto. Se si leggono in prospettiva i suoi interventi, alcuni dei quali citati qui, si comprende come abbia percepito che le sue stesse opere abbiano assunto un significato utile all’affermarsi dei valori della società dei consumi. Anche la sessualità è un bene di consumo, e la liberazione dei costumi per lui altro non è che l’ennesimo esito dell’incorporamento degli aspetti della vita autentica in un sistema capace di renderli alla portata di tutti e pronti da consumare. Pasolini non è contrario alla liberazione sessuale, ma percepisce che questa è avvenuta in una direzione malsana: la sessualità è cambiata, è stata liberata non per essere libera, ma per essere consumata liberamente. Per lui gli intellettuali progressisti non si accorgono di collaborare attivamente a questo cambiamento, il cui esito è un nuovo conformismo.

Per concludere, Pasolini era un conservatore? Sarebbe assurdo dirlo, e il suo contrasto con la cultura progressista e la sinistra non è dovuto ad una differenza di idee, ma al fatto che la sua visione guardava altrove, alle trasformazioni in atto, che portavano a nuove libertà ma a favore della società dei consumi. Tutta la sua produzione letteraria, cinematografica e in senso più ampio intellettuale, è stata volta alla difesa della purezza della vita. Per Pasolini la società dei consumi era un’offesa verso la vita, la libertà che questi cambiamenti apportavano non era volta a liberare l’individuo, ma a ingabbiarlo in una nuova prigione, in cui ogni essere umano è ridotto a consumatore e dunque il suo esercizio della libertà è subordinato al consumo. In questo Pasolini non vedeva alcuna dignità, e non era disposto a negoziare l’acquisizione di nuove libertà in cambio del loro esercizio in un recinto limitato alla società industriale ed ai suoi valori. In quanti, dunque, oggi odierebbero Pasolini, se si esprimesse con questa libertà sui temi del mondo contemporaneo? Forse la celebrazione contemporanea ha ripulito il suo pensiero ed il suo atteggiamento intellettuale dagli aspetti più “disturbanti” della sua visione del mondo.

Bibliografia

  1. Pier Paolo Pasolini, Sono contro l’aborto, in Il Corriere della sera, 19 gennaio 1975, p.1 ↩︎
  2. Ibidem ↩︎
  3. Pier Paolo Pasolini, Intervento al Congresso del Partito Radicale, scritto per il XV Congresso del partito, novembre 1975 ↩︎
  4. Fonte: Eligendo, Referendum 12/05/1974 ↩︎
  5. Pier Paolo Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, Corriere della Sera, 10 giugno 1974 ↩︎
  6. Pier Paolo Pasolini, Contro i capelli lunghi, Corriere della Sera, 7 gennaio 1973 ↩︎
  7. Pier Paolo Pasolini, intervista Ci dica Pasolini, è con noi o contro di noi?, Amica, 18 agosto 1974 ↩︎
  8. Pier Paolo Pasolini, Ho abiurato la Trilogia della vita, scritto il 15 giugno 1975, pubblicato postumo sul «Corriere della Sera» il 9 novembre 1975 ↩︎

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