Guarire dal Mondo

Il blog di Roberto Cosenza

Le mille trappole per chi cerca di pubblicare in Italia

Ultimamente ho ricominciato ad interfacciarmi con qualche editore, dopo aver atteso oltre dieci anni dall’ultimo tentativo, ed ho scoperto che il panorama editoriale italiano per quello che riguarda gli emergenti è peggiorato. Anni fa gli editori a pagamento erano ben conosciuti e le loro strategie note: ricevevano il tuo testo, ti ricontattavano dopo qualche giorno mandandoti un contratto o facendoti una telefonata, scoprivi di dover pagare per il tuo libro. Non era bello, ma era lineare, sapevi di essere incappato in un editore a pagamento, finiva lì, accettare o rifiutare. Questo modello ovviamente non è mai stato vera editoria, somiglia più a un servizio di stampa su commissione. Oggi la questione si è sofisticata: editori che si presentano anche bene, con grafica curata, che fanno interviste su siti discretamente in vista e di qualità, possono chiederti l’acquisto di copie del tuo stesso libro. Si tratta di fatto di un modello di editoria a pagamento camuffato. Esistono, ovviamente, anche microeditori che fanno un buon lavoro, non richiedono contributi ma non garantiscono distribuzione.

Se si è ambiziosi si può anche decidere di rivolgersi a una grande casa editrice, ma l’operazione è tutt’altro che semplice. I grandi spesso sembrano non avere nessuno dall’altra parte della mail (ovviamente i vostri testi vengono letti, ma i numeri impediscono spesso una risposta). Insomma, gli editori italiani spesso non hanno capitale da investire e hanno poco mercato, almeno in apparenza, e sono dunque costretti a fare selezioni sulla vendibilità, ma di questo ho già parlato altrove. Esiste poi il fronte del self publishing, che reputo totalmente inutile e di cui non credo valga la pena parlare, poiché è del tutto simile all’editoria a pagamento, ma senza nemmeno il marchio di un editore.

Da qui nascono alcune osservazioni abbastanza logiche:

1. Pubblicare è davvero necessario?

Questa per me è una domanda fondamentale: a che serve pubblicare? Qual è la sua utilità concreta? Contribuire forse alla tradizione letteraria, tentare di innovare oppure nutrire il proprio ego? Mi chiedo perché venga considerato un traguardo ed è una domanda alla quale non ho ancora dato una risposta. Gli autori hanno molte alternative, prima di decidere di proporsi ad un editore: concorsi, collaborazioni con ambienti culturali come associazioni, riviste, reading letterari o altre forme di letteratura non rinchiusa nella forma del libro. Il libro forse è l’ultima spiaggia e dovrebbe arrivare dopo un percorso, non prima.

2. Capire le basi delle dinamiche di impresa per inquadrare i fenomeni

Tentiamo di semplificare, schematizzando cosa è la produzione e come si muove un’azienda nel mercato. Farlo è importante per rendersi conto di cosa c’è che non va nelle proposte degli editori a pagamento. La produzione di un bene o servizio, in qualsiasi azienda, segue questo iter:

A) materia prima grezza: qui un materiale o una competenza vengono fornite all’impresa che deve trasformarla in qualcosa che possa entrare nel mercato. Per il nostro discorso la materiale prima è il materiale letterario, la scrittura.

B) trasformazione: qui avviene la trasformazione vera e propria. Nell’editoria corrisponde all’elaborazione del manoscritto, organizzazione, editing, grafica e quant’altro possa portare al libro finale.

C) Prodotto: ciò che scaturisce dal processo di produzione. Nel nostro caso è il libro.

D) Mercato: chi è interessato al prodotto, che per noi è il lettore, e lo acquista. Per piazzare un libro serve una rete di vendita e promozione.

Ma nelle forme di editoria a pagamento o che richiedono l’acquisto di copie agli autori il processo ha qualcosa che non va: il fornitore di materia prima diventa anche il cliente. Qualcosa che non esiste in nessun altro mercato, ed è una dinamica totalmente fuori dalla logica.

3. trasparenza

Questo è un aspetto fondamentale: perché gli editori non dichiarano subito ed apertamente qual è il loro modello di business? Questo è già un campanello d’allarme: ricevere una mail o una telefonata da qualcuno che dice di apprezzare molto il vostro lavoro ma non è disposto a investire su di voi è già un pessimo segnale, ma se non è stato nemmeno in grado di dichiarare pubblicamente quale metodo di selezione utilizza per creare le proprie collane, allora forse è il caso di fermarsi a riflettere un attimo prima di accettare qualcosa proposta. Se l’editore crede nel suo metodo di lavoro, perché nasconderlo?

4. aggregarsi in progetti – riviste

Uno dei misteri per me irrisolti per l’Italia riguarda le riviste: perché non esistono più riviste nate e gestite dal basso, che non siano circuiti chiusi e non animate (anche qui) dalla smania di vendere o attirare l’attenzione per motivi economici? Credo sia una grave carenza, che sta togliendo l’ossigeno alla creatività non solo letteraria. La produzione spontanea e libera dalle logiche di mercato farebbe molto bene al nostro paese e ci aiuterebbe ad uscire da un certo provincialismo, fatto di trame vecchie e ridondanti. Vedremmo probabilmente più sperimentazione e coraggio nella letteratura, e smetteremmo di trovarci di fronte a trame familiari e descrizioni della provincia italiana.

5. Mercato delle illusioni

Siamo quindi di fronte al mercato delle illusioni: in molti hanno compreso che l’incapacità di valutare lucidamente i propri testi da parte di un autore emergente, la voglia di apparire e la smania di vedere il proprio nome sulla copertina di un libro sono un segmento di mercato potenzialmente molto grande e remunerativo e hanno deciso di investirci.

Non è strano concepire la nostra comunità come un mondo in cui l’istruzione e quindi le capacità artistiche, intellettuali e generalmente creative, sono aumentate. Fa parte dello stato di cose, il mondo contemporaneo, più ricco e istruito, ha anche più spazio per le produzioni intellettuali, a questo però non corrisponde un mercato della cultura altrettanto solido da assorbire l’offerta e creare una domanda sufficientemente ampia e diversificata. O meglio, lo spazio ci sarebbe, ma si decide di non farlo, evitando il rischio di intraprendere strade inedite. Per questo motivo credo abbia più senso cercare delle forme alternative rispetto al libro e al mercato editoriale, evitando di contribuire a circuiti in molti casi poco trasparenti e che non contribuiscono davvero alla crescita culturale nelle società moderne, ma rappresentano un mero scambio di denaro tra autore e pseudoeditore. In ogni caso, la libertà personale non è in discussione, ognuno può decidere di fare ciò che ritiene opportuno con il proprio lavoro letterario, ma bisogna tenere presente cosa implica pubblicare con editori che richiedono contributi o acquisti di libri: chi ha di fronte il vostro testo cosa penserà? Per quanto frustrante, il lavoro di selezione di un editore serio è utile anche a garantire la qualità del libro, voler bypassare questo step pubblicando il proprio testo pagando potrebbe non essere così strategico.

2 risposte a “Le mille trappole per chi cerca di pubblicare in Italia”

  1. Avatar Daniele Imperi

    Le riviste letterarie – e intendo le vere riviste, non blog che si spacciano per tali – richiedono diversi adempimenti: registrazione al tribunale, per esempio, e non ricordo quale altra tassa, il tutto per diverse centinaia di euro (avevo fatto il calcolo e sfiorava o superava i mille euro). Non so, poi, se per queste è richiesto un giornalista come direttore.

    Molti pubblicano racconti e romanzi a puntate su siti come Wattpad, ma mi chiedo a cosa serva.

    Sull’incapacità di valutare i propri testi da parte di un autore emergente ti do ragione. In genere è proprio chi non sa scrivere a credere di essere un genio letterario.

    1. Avatar Roberto Cosenza

      Credo che la digitalizzazione (e dunque la smaterializzazione dei materiali culturali) abbia semplificato molto la questione, abbattendo anche eventuali costi. Però credo che valga la pena sempre investire nella creazione di progetti culturali. Sotto questo punto di vista una paese come il nostro sembra molto rassegnato alla teoria dell’assenza di lettori.
      Dal mio punto di vista pubblicare anche in contesti ridotti e puramente digitali è utile anche solo per il confronto con altri “addetti ai lavori” e per costruire una propria presenza. Del resto, non si sa mai come può evolvere una carriera letteraria, si può essere scoperti in mille modi, anche causali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *