Ultimamente ho ricominciato ad interfacciarmi con qualche editore, dopo aver atteso oltre dieci anni dall’ultimo tentativo, ed ho scoperto che il panorama editoriale italiano per quello che riguarda gli emergenti è peggiorato. Anni fa gli editori a pagamento erano ben conosciuti e le loro strategie note: ricevevano il tuo testo, ti ricontattavano dopo qualche giorno mandandoti un contratto o facendoti una telefonata, scoprivi di dover pagare per il tuo libro. Non era bello, ma era lineare, sapevi di essere incappato in un editore a pagamento, finiva lì, accettare o rifiutare. Questo modello ovviamente non è mai stato vera editoria, somiglia più a un servizio di stampa su commissione. Oggi la questione si è sofisticata: editori che si presentano anche bene, con grafica curata, che fanno interviste su siti discretamente in vista e di qualità, possono chiederti l’acquisto di copie del tuo stesso libro. Si tratta di fatto di un modello di editoria a pagamento camuffato. Esistono, ovviamente, anche microeditori che fanno un buon lavoro, non richiedono contributi ma non garantiscono distribuzione.
Se si è ambiziosi si può anche decidere di rivolgersi a una grande casa editrice, ma l’operazione è tutt’altro che semplice. I grandi spesso sembrano non avere nessuno dall’altra parte della mail (ovviamente i vostri testi vengono letti, ma i numeri impediscono spesso una risposta). Insomma, gli editori italiani spesso non hanno capitale da investire e hanno poco mercato, almeno in apparenza, e sono dunque costretti a fare selezioni sulla vendibilità, ma di questo ho già parlato altrove. Esiste poi il fronte del self publishing, che reputo totalmente inutile e di cui non credo valga la pena parlare, poiché è del tutto simile all’editoria a pagamento, ma senza nemmeno il marchio di un editore.
Da qui nascono alcune osservazioni abbastanza logiche:
1. Pubblicare è davvero necessario?
Questa per me è una domanda fondamentale: a che serve pubblicare? Qual è la sua utilità concreta? Contribuire forse alla tradizione letteraria, tentare di innovare oppure nutrire il proprio ego? Mi chiedo perché venga considerato un traguardo ed è una domanda alla quale non ho ancora dato una risposta. Gli autori hanno molte alternative, prima di decidere di proporsi ad un editore: concorsi, collaborazioni con ambienti culturali come associazioni, riviste, reading letterari o altre forme di letteratura non rinchiusa nella forma del libro. Il libro forse è l’ultima spiaggia e dovrebbe arrivare dopo un percorso, non prima.
2. Capire le basi delle dinamiche di impresa per inquadrare i fenomeni
Tentiamo di semplificare, schematizzando cosa è la produzione e come si muove un’azienda nel mercato. Farlo è importante per rendersi conto di cosa c’è che non va nelle proposte degli editori a pagamento. La produzione di un bene o servizio, in qualsiasi azienda, segue questo iter:
A) materia prima grezza: qui un materiale o una competenza vengono fornite all’impresa che deve trasformarla in qualcosa che possa entrare nel mercato. Per il nostro discorso la materiale prima è il materiale letterario, la scrittura.
B) trasformazione: qui avviene la trasformazione vera e propria. Nell’editoria corrisponde all’elaborazione del manoscritto, organizzazione, editing, grafica e quant’altro possa portare al libro finale.
C) Prodotto: ciò che scaturisce dal processo di produzione. Nel nostro caso è il libro.
D) Mercato: chi è interessato al prodotto, che per noi è il lettore, e lo acquista. Per piazzare un libro serve una rete di vendita e promozione.
Ma nelle forme di editoria a pagamento o che richiedono l’acquisto di copie agli autori il processo ha qualcosa che non va: il fornitore di materia prima diventa anche il cliente. Qualcosa che non esiste in nessun altro mercato, ed è una dinamica totalmente fuori dalla logica.
3. trasparenza
Questo è un aspetto fondamentale: perché gli editori non dichiarano subito ed apertamente qual è il loro modello di business? Questo è già un campanello d’allarme: ricevere una mail o una telefonata da qualcuno che dice di apprezzare molto il vostro lavoro ma non è disposto a investire su di voi è già un pessimo segnale, ma se non è stato nemmeno in grado di dichiarare pubblicamente quale metodo di selezione utilizza per creare le proprie collane, allora forse è il caso di fermarsi a riflettere un attimo prima di accettare qualcosa proposta. Se l’editore crede nel suo metodo di lavoro, perché nasconderlo?
4. aggregarsi in progetti – riviste
Uno dei misteri per me irrisolti per l’Italia riguarda le riviste: perché non esistono più riviste nate e gestite dal basso, che non siano circuiti chiusi e non animate (anche qui) dalla smania di vendere o attirare l’attenzione per motivi economici? Credo sia una grave carenza, che sta togliendo l’ossigeno alla creatività non solo letteraria. La produzione spontanea e libera dalle logiche di mercato farebbe molto bene al nostro paese e ci aiuterebbe ad uscire da un certo provincialismo, fatto di trame vecchie e ridondanti. Vedremmo probabilmente più sperimentazione e coraggio nella letteratura, e smetteremmo di trovarci di fronte a trame familiari e descrizioni della provincia italiana.
5. Mercato delle illusioni
Siamo quindi di fronte al mercato delle illusioni: in molti hanno compreso che l’incapacità di valutare lucidamente i propri testi da parte di un autore emergente, la voglia di apparire e la smania di vedere il proprio nome sulla copertina di un libro sono un segmento di mercato potenzialmente molto grande e remunerativo e hanno deciso di investirci.
Non è strano concepire la nostra comunità come un mondo in cui l’istruzione e quindi le capacità artistiche, intellettuali e generalmente creative, sono aumentate. Fa parte dello stato di cose, il mondo contemporaneo, più ricco e istruito, ha anche più spazio per le produzioni intellettuali, a questo però non corrisponde un mercato della cultura altrettanto solido da assorbire l’offerta e creare una domanda sufficientemente ampia e diversificata. O meglio, lo spazio ci sarebbe, ma si decide di non farlo, evitando il rischio di intraprendere strade inedite. Per questo motivo credo abbia più senso cercare delle forme alternative rispetto al libro e al mercato editoriale, evitando di contribuire a circuiti in molti casi poco trasparenti e che non contribuiscono davvero alla crescita culturale nelle società moderne, ma rappresentano un mero scambio di denaro tra autore e pseudoeditore. In ogni caso, la libertà personale non è in discussione, ognuno può decidere di fare ciò che ritiene opportuno con il proprio lavoro letterario, ma bisogna tenere presente cosa implica pubblicare con editori che richiedono contributi o acquisti di libri: chi ha di fronte il vostro testo cosa penserà? Per quanto frustrante, il lavoro di selezione di un editore serio è utile anche a garantire la qualità del libro, voler bypassare questo step pubblicando il proprio testo pagando potrebbe non essere così strategico.

Lascia un commento