Guarire dal Mondo

Il blog di Roberto Cosenza

Il Maestro e Margherita, il capolavoro di un medico russo

Sono nato a Kiev nel 1891. Ho studiato a Kiev e nel 1916 mi sono laureato con lode in medicina, ottenendo la qualifica di medico condotto.

Il destino si volse in modo da non farmi godere a lungo della lode e della qualifica. Una notte, nel 1919, nel cuore dell’autunno, mentre viaggiavo su un treno sgangherato, alla luce di una candeluzza infilata in una bottiglia di petrolio vuota, scrissi il mio primo breve racconto. Nella città dove mi condusse il treno portai il mio racconto alla redazione d’un giornale. Me lo pubblicarono. Poi pubblicai alcuni corsivi. Al principio del 1920 abbandonai la qualifica e la lode e mi misi a scrivere. Vivevo in una lontana provincia e misi in scena nel teatro locale tre commedie. In seguito, a Mosca, nel 1923, quando le rilessi, le distrussi in gran fretta. Spero che non ne sia rimasto nemmeno un esemplare.

Alla fine del 1921 arrivai a Mosca senza soldi, senza niente, per restarvi per sempre. A Mosca tribolai a lungo; per vivere feci il cronista e il corsivista in un giornale e presi in odio queste qualifiche, prive di lode. Nel medesimo tempo presi in odio i redattori, li odio tuttora e li odierò fino alla fine dei miei giorni.

Michail Bulgakov, Mosca, Ottobre 1924

Questo scrive l’autore a proposito di sé stesso nel 1924, e tra queste righe ci sono già tre elementi ricorrenti nel romanzo Il Maestro e Margherita: la critica per certe figure della cultura del suo tempo; la distruzione delle sue opere; lo stile di vita dove trasse elementi essenziali del suo capolavoro letterario. Occorre ricordare che la prima stesura del romanzo è andata distrutta, lo stesso Bulgakov la bruciò nel 1930. Lo fa perché sa che la censura avrebbe bloccato il suo testo, all’epoca ricco di riferimenti cabalistici. Da qui la celebre frase “i manoscritti non bruciano”, presente nel romanzo, in un parallelo autobiografico. L’opera sarà poi totalmente riscritta.

A Mosca, sulla via Sadovaja presso la casa 302, appartamento numero 50, è ambientato un pezzo del racconto, ed oggi quella è meta di pellegrinaggio. Bulgakov lì ci ha vissuto davvero, ed è per questo che può raccontare così bene come si vive in quelle vie e cosa c’è in quelle case claustrofobiche. Non ha avuto molta fortuna in vita, non era uno scrittore di successo e le sue opere sono state pubblicate integralmente solo dopo la sua morte e non senza ostacoli. Il maestro e Margherita apparve in Italia nel 1967, pubblicato da De Donato, e nello stesso anno da Einaudi, che ne propose una versione integrale soltanto nel 1970. Anche in altri paesi, del resto, le prime traduzioni si basarono su versioni del romanzo ancora sottoposte ai tagli della censura.

Bulgakov tra il 1928 e il 1929 è ridotto alla disperazione, viene attaccato continuamente dalla critica sovietica e gli viene impedito di scrivere e lavorare. Decide allora di rivolgersi direttamente al governo, con una lettera, nella quale emergono chiaramente le motivazioni alla base della sua condizione: è accusato di essere antirivoluzionario, accuse che respinge. Ma leggendo la sua opera se ne comprendono le ragioni: non è semplicemente contro la rivoluzione, dimostra piuttosto che la rivoluzione non ha cambiato nulla del mondo, gli esseri umani, i loro limiti ed egoismi sono ancora lì. L’autore chiede alla fine della lettera di poter lasciare la Russia. Ciò che però gli permetterà di sopravvivere sarà il complesso rapporto che avrà con Stalin, cosa che gli darà modo di poter lavorare, ma non di scrivere. Ci è pervenuta, attraverso i diari della vedova dello scrittore Elena Sergeevna, la trascrizione della telefonata avvenuta il 18 aprile 1930 tra Stalin e Bulgakov:

– Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta coi compagni. Lei avrà una risposta favorevole. O forse dobbiamo davvero lasciarla andare all’estero? Ne ha proprio fin sopra i capelli di noi?

– Ho pensato moltissimo in questi ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla patria, e a me sembra che non possa.

– Lei ha ragione. Anch’io penso così. Dove vuole lavorare? Al Teatro d’arte?

– Sì, lo vorrei. Ma quando ne ho parlato mi hanno detto di no.

– Lei faccia domanda a teatro. A me sembra che diranno di sì…

E se lo dice Stalin. A questo punto però è per me interessante soffermarmi su questo aspetto politico-non politico di Bulgakov. Sin dal principio del romanzo Il maestro e Margherita ci accorgiamo subito di essere di fronte ad una analisi impietosa degli intellettuali e del panorama culturale russo: intanto ai giardini Patriaršie incontriamo subito due esponenti del fermento culturale della città, il poeta Ivan Nikolaevič Ponyrëv, che scrive con lo pseudonimo di Bezdomnyj (ossia “senza casa”, e nulla è casuale in questo romanzo) e Michail Alexandrovič Berlioz, “direttore di una rivista letteraria e presidente della direzione di una delle più importanti associazioni letterarie di Mosca, chiamata con l’abbreviazione di MASSOLIT” (letteratura di massa). I due stanno discutendo dell’esistenza di Dio, della figura di Gesù di Nazareth, e lo fanno in un modo che viene presentato subito come ingenuo e pedante, stando ben attenti ad applicare i dettami delle nuove idee rivoluzionarie, ossia il materialismo. Questo loro atteggiamento è evidente anche in rapporto all’incontro con lo straniero che si presenta ai giardini rivolgendogli la parola, quando pensano immediatamente a come potrebbero inquadrare l’individuo, se si tratta di uno straniero e se è necessario avvertire le autorità. Più avanti riscontriamo la stessa satira a proposito del modo di vivere degli scrittori russi in voga, quando Bulgakov ci porta direttamente presso la sede del MASSOLIT, nel capitolo “Quel che successe al Griboedov”. Qui la satira si fa molto meno velata, e l’autore ci mette di fronte a ciò che pensa davvero dei circoli intellettuali e letterari del suo tempo, mediante questa metafora:

Ogni visitatore – che non fosse naturalmente del tutto ottuso – capiva subito come se la passavano bene i beati membri del MASSOLIT, e un’oscura invidia cominciava subito a straziarlo. E subito rivolgeva al cielo amari rimproveri per non averlo dotato, alla nascita, di ingegno letterario, senza il quale, si intende, non si poteva neppure sognare di avere una tessera di membro del MASSOLIT, quella tessera bruna, con un largo bordo dorato, che odorava di pelle pregiata, ed era nota a tutta Mosca.

Non si tratta di interventi sporadici sul tema, l’opera è costellata di passaggi critici verso la società russa dell’epoca. Nel capitolo “La schizofrenia, come era stato detto”, il poeta Bezdomnyj è già impazzito, o meglio questo credono tutti, e i matti si sa dicono la verità. Questa follia apparente gli permette di uscire dalle convenzioni e parlare apertamente, e di rivolgersi al poeta Rjuchin, sgretolandone l’ipocrisia, ma facendone un ritratto che sembra descrivere un intero mondo:

Ha la psicologia del classico Kulak, – disse Ivan Nikolaevič al quale, si vede, era saltato in mente di smascherare Rjuchin, – anzi del kulak che di tutto per camuffarsi da proletario. Guardate quella faccia ipocrita e confrontatela con le poesie altisonanti che ha scritto per il primo maggio. He-he-he… «Garrite, vessilli!» e «Sprofondate, nemici!», ma guardategli dentro che cosa pensa… e resterete di sasso! – E Ivan Nikolaevič scoppiò in una risata sinistra.

Il pesante paragone con un “Kulak”, ossia il contadino ricco, non è ovviamente causale. Nella traduzione Einaudi la nota si limita a indicarlo come “Contadino ricco, simbolo di arretratezza politica e morale” ma questa lettura è parziale. I kulak godevano del privilegio di potersi arricchire, negli anni ’20 questa scelta del governo consentì al paese di non collassare economicamente e di prevenire le carestie. Si mette dunque un accento su di un’ipocrisia di fondo ben più pesante: l’ideologia viene applicata, ma non a tutti. Lo scherno lacera internamente Rjuchin, che tornando a casa è tormentato da quelle parole, e lo fa mentre sta passando sotto ad una statua, che oggi sappiamo essere quella di Puškin, simbolo di massima statura letteraria ed usato come contrasto con il tormentato poeta immerso nelle sue riflessioni.

L’apice della critica alla società russa arriva nel capitolo La magia nera e il suo smascheramento in cui i tre demoni fanno emergere tutta l’ipocrisia di fondo del momento: vengono distribuiti abiti e accessori lussuosi al Varietà, calando il teatro nel caos. Gli spettatori non sembrano aspettare altro che darsi al lusso sfrenato e al consumo di beni materiali, lasciando intendere che la rivoluzione ha apportato un cambiamento solo di superficie. La complessità del romanzo, qui solo accennata, fa emergere per riflesso la complessità del pensiero di Bulgakov, che va ben oltre la semplice analisi politica e approda ad una visione radicale del contesto in cui egli vive, e lasciandoci anche intendere perché la società russa lo abbia così temuto.

Nota biografica

A conclusione di questa breve analisi di alcuni aspetti del romanzo mi preme segnalare un fatto che non credo sia secondario. L’edizione Einaudi, che resta per me un riferimento per il testo in questione, è una traduzione a cura di Vera Dridso. Tradurre è creare e questa rimane per me la versione in assoluto più bella in circolazione.

Vera Levin Dridso era un’ebrea russa scampata, assieme alla sorella Rimma, all’Olocausto, miracolosamente e grazie all’aiuto del tenente Federico Strobino. Lavorava come segretaria di redazione dell’Einaudi ed ha tradotto molti classici della letteratura russa. Era una grande amica di Primo Levi.

Mi sembra importante in questa sede riconoscere il merito a questa donna di aver contribuito in modo così eccelso alla diffusione di questo romanzo, che resta uno dei più grandi capolavori del Novecento.

Nota bibliografica

Le citazioni sono tratte da Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita, traduzione di Vera Dridso, Einaudi, 2014. I materiali autobiografici e documentari provengono dall’introduzione alla medesima edizione.

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