Juan Rulfo, all’origine del realismo magico

Juan Rulfo ha scritto pochissimo, eppure non è possibile immaginare la letteratura dell’America latina senza di lui. Il suo lavoro è stato una sorta di big bang ed è considerato il seme del realismo magico. Ha sondato in modo profondo i limiti della realtà ed i limiti del linguaggio, al punto di disperdere la voce narrativa e infrangere la logica letteraria. Tutto questo avveniva tra gli anni ’50 e ’80, ed è concentrato in tre opere: La pianura in fiamme (El llano en llamas, 1953), Pedro Páramo (1955), Il gallo d’oro (El gallo de oro, 1980).

Rulfo nacque a Sayula (Jalisco, Messico) il 16 maggio 1918, e terminò la sua vita a Città di Messico il 7 gennaio 1986, dove viveva sin dal 1934. Dal 1962 lavorò presso l’Instituto Nacional Indigenista, e non seguì una formazione universitaria strutturata. Partecipò a diverse riviste: Mexico (1930) Pan (1945) América (1946). Fu anche sceneggiatore e fotografo, i suoi lavori fotografici sono raccolti nel volume Juan Rulfo: Letras e imágenes (a cura di Víctor Jiménez, 2001). Nel 1983 ha ricevuto il premio letterario spagnolo Príncipe de Asturias.

Amore, vita e morte. La pianura in fiamme (1953)

Dopo tante ore passate a camminare senza incontrare neppure l’ombra di un albero, neppure un seme di albero, né una radice di niente, si sente il latrare dei cani.

A volte ti viene da pensare, su questa strada senza limiti, che non ci sarà niente dopo; che non si potrà trovare niente laggiù, in fondo a questa piana rigata da crepe e torrenti in secca. E invece sì, c’è qualcosa. C’è un paese. Si sente che latrano i cani e si sente nell’aria l’odore del fumo, e si assapora quest’odore di gente come fosse una speranza.

Ma il paese è ancora molto in là. È il vento che lo porta vicino.

(“Ci hanno dato la terra”)

La pianura in fiamme è la sua prima raccolta di racconti pubblicata in vita. In questo lavoro già si intravedono gli elementi che caratterizzeranno il romanzo Pedro Páramo, quando la sua prosa si infrangerà contro i limiti del linguaggio, rompendone l’argine. Riconosciamo gli elementi essenziali della sua letteratura, ma ciò che avviene tra queste pagine è possibile comprenderlo chiaramente leggendo la sua opera in prospettiva. Rulfo affronta tre temi: amore, vita e morte, ma ciò che appare subito evidente nella narrazione è la sospensione temporale. Nel mondo in cui ci immergiamo attraverso i racconti il tempo è indecifrabile, non è possibile mettere a fuoco un’epoca precisa. Certo, da alcuni elementi è possibile riconoscere qualcosa, identificare un anno preciso, il 1929, il periodo dei cosiddetti “Cristeros”, contro i quali il governo federale del presidente Calle combatteva, oppure intravedere il periodo successivo, quello del presidente Lázaro Cárdenasma, ma non ci viene offerto molto altro. Dagli avvenimenti Rulfo trae l’essenza, quella parte che può viaggiare attraverso il tempo e portarci indietro e avanti nella storia, e persino raggiungerci. Dolore, rivalsa, rabbia, sconforto, amore, passione, sono tutte questioni che vengono distillate attraverso la narrazione, per strapparle al momento in cui avvengono e offrircele crude e senza alcuna mediazione.

Ma c’è un elemento in più: in queste storie, ed è qualcosa che ritroveremo più forte in Pedro Páramo, il tempo non è lineare, non è una certezza. Questa è forse la caratteristica che più ritroveremo negli scritti successivi e che verrà amplificata, fino alle sue estreme conseguenze.

L’altro volto essenziale del suo lavoro e che emerge con prepotenza, è il mondo naturale. Gli elementi della natura sono rappresentati come assoluti e indifferenti. Sole, vento, caldo, siccità, sono tutti protagonisti dei racconti tanto quanto gli esseri umani che in quei luoghi consumano la propria esistenza, e sono impassibili, come il destino che ogni personaggio affronta. Ed ecco l’altra caratteristica di Rulfo: l’esistenza è immutabile nel suo destino. Nessuno ha il pieno controllo degli avvenimenti, nelle storie ogni protagonista può tentare di forzare gli avvenimenti, ma la sua vita si sposta di pochi passi. Non si tratta di storie senza lieto fine, di un gusto per il tragico fine a sé stesso o di un raffinato esercizio di descrizione della crudeltà dell’esistenza, ma la narrazione di fatti, in cui gli eventi si presentano come pietra, sono fermi come le montagne contro le quali le nubi descritte in queste pagine si scontrano, inesorabili come la sete nel deserto o la siccità che si abbatte su El Llano.

Sarebbe riduttivo, se non completamente errato, dare troppa attenzione al contesto in cui i racconti si svolgono, nella vita di contadini, nelle strade di città poverissime o in vertiginosi paesaggi che ci sembra di vedere con i nostri occhi. I temi che qui si snodano sono universali: il conflitto familiare è antico, il dolore contro il quale gli esseri umani combattono è eterno, il fiume in piena che porta via il bestiame e che ha il potere di cambiare il corso di una vita è impassibile (È che siamo tanto poveri).

Ciò che mi interessa però far emergere è qualcos’altro. Rulfo è considerato un maestro dalla tecnica narrativa, irripetibile e immediatamente riconoscibile: la fusione tra discorso diretto e descrizioni, l’efficacia nel costruire una situazione con pochissime parole, una sintesi dotata di enorme profondità. Credo non sia secondario il fatto che Rulfo fosse un fotografo. La sensazione che si ha leggendolo è che abbia trasportato la forma mentis della rappresentazione figurativa tipica della fotografica (e cinematografica) in letteratura. In questo senso la lettura di questi racconti pare riferirsi a quel rimando reciproco tra letteratura e cinema che ha caratterizzato il Novecento. Rulfo in questo senso sembra essere prima di tutto un fotografo. La logica alla base dei suoi testi sembra essere prima di tutto figurativa, come se l’autore procedesse per fotografie e da queste facesse discendere le storie, in modo cinematografico.

Adesso a guardare il cielo si vede la nube carica d’acqua correre via lontano, a tutta velocità. Il vento che viene dal paese le sta addosso spingendola contro le ombre azzurre delle montagne.

(Ci hanno dato la terra)

La parola spezzata. Pedro Páramo (1955)

Con Pedro Páramo qualcosa si rompe definitivamente. La misura della sua letteratura è la brevità, ed è in questa brevità che ogni cosa è accaduta. In questo sta anche la sua modernità, nella capacità di concentrare, tagliare, nascondere. Non è anomalo che la più grande opera della letteratura messicana del XX secolo, e forse di sempre, sia un romanzo di appena 142 pagine (nella traduzione italiana).

Il testo è composto di 70 frammenti, ed è un esempio della sua economia del linguaggio e della sua efficienza letteraria il frammento 67, che riassume in 14 righe i quattordici anni che vanno dal consolidamento del regime di Carranza nel 1915 alla fine della Guerra Cristera nel 1929 [2]:

Il Tilcuate continuava a venire:

Adesso stiamo dalla parte di Venustiano Carranza.

Va bene.

Siamo con il generale Obregón.

Va bene.

Laggiù han fatto la pace. Siamo a spasso.

Aspetta. Non disarmare i tuoi uomini. Non può durare molto.

Si è sollevato in armi anche il padre Rentería. Dobbiamo stare con lui o contro di lui?

Questo non si discute. Mettiti dalla parte del governo.

Ma siamo irregolari. Ci considerano dei ribelli.

Allora vai a riposarti.

Con l’eccitazione che mi sento addosso?

Fai quel che vuoi, allora.

Andrò a dare una mano a pretino. Mi piace come gridano. E poi ci si assicura la salvezza.

Fai quel che vuoi.

(Pedro Páramo, Einaudi, p. 132-133)

Dei settanta frammenti, nessuno è davvero concatenato all’altro. La storia procede indipendentemente dal tempo e dalla forma letteraria. Realtà e irreale si fondono e procedendo nella narrazione ci si perde in un viaggio senza vere coordinate. Di tanto in tanto si approda a dei passaggi stabili, si riemerge nella realtà, ma si torna presto a procedere in direzioni imprevedibili. La voce narrante iniziale è quella del figlio di Pedro Páramo, Juan Preciado, il cui compito è quello di portarci a Comala, ma da un certo punto in poi quella voce narrante non è più chiara, non sappiamo più chi stia parlando, e viene il dubbio che sia la morte stessa a raccontarci i fatti, giacché la voce di Preciado si dissolve e ne perdiamo le tracce.

Rulfo ha dichiarato di aver eliminato 100 pagine e di aver desiderato ad ogni edizione di poterne eliminare ancora. In una conversazione con Jorge Ruffinelli, è ancora più esplicito in merito:

“Per questo ci sono dei fili sciolti; se fossero rimaste tutte le pagine che ho tolto, tutto nel libro sarebbe perfettamente spiegato” [3]

L’idea quindi è che Rulfo abbia composto un testo e che lo abbia poi sezionato e nascosto in parte. Come se avesse dipinto un quadro, coprendone poi delle sezioni per lasciare ampio spazio al non detto.

Il non detto è la componente più potente della poesia, ed in effetti nel corso della lettura si ha l’impressione di essere di fronte ad un poema, che si stiano leggendo dei versi e non una prosa. Quindi nell’opera viene volutamente rilasciato ampio spazio a ciò che è oltre lo sguardo, all’altrove e al peso di ciò che è nascosto, che in qualche modo percepiamo ma non siamo in grado di mettere a fuoco, né tantomeno siamo in grado di dimostrarne l’esistenza.

Per comprendere la portata dell’influenza di Rulfo sulla letteratura mondiale, vale la pena riportare l’incipit del romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Màrquez:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Spesso citato nel confronto con il frammento 41 di Pedro Páramo:

Il padre Rentería si sarebbe ricordato molti anni più tardi della notte in cui la durezza del suo letto l’aveva tenuto sveglio e poi l’aveva obbligato a uscire.

Con Pedro Páramo si erano evidentemente aperte nuove strade, fino ad allora inedite, per la letteratura non solo americana, ma mondiale.

Il gallo d’oro (1980)

Il gallo d’oro è un testo frainteso. Considerato da molti un testo per il cinema, ma si tratta in realtà di un romanzo breve. Per capire il motivo di questo equivoco è sufficiente ricostruire brevemente la vicenda: nel 1980 è Luis Leal a raccontare che in un bar di Guadalajara Rulfo gli disse di aver terminato un romanzo dal nome El gallero, ma che sarebbe rimasto inedito perché lo aveva trasformato in un soggetto cinematografico su commissione, distruggendo l’originale. Bisogna ricordare che per molto ci si è chiesti a cosa stesse lavorando l’autore nei lunghi periodi di silenzio: El hijo del desconsuelo (Il figlio della desolazione) che Rulfo inizia a scrivere nel 1938 e poi distrugge, così come per La cordillera, ma non ne resta che il titolo e sul quale a lungo si sono susseguite leggende. Probabilmente è la sua ricerca della perfezione stilistica a portarlo a distruggere i suoi lavori.

La trama del romanzo è semplice, e può essere riassunta in poche battute: il povero Dionisio Pinzón salva un gallo moribondo dopo un combattimento e lo prende con sé. Il gallo gli cambia la vita e gli fa incontrare una donna, la Caponera. Dioniso diventa molto ricco, ma la vita ha per lui delle sorprese.

Rulfo affermò di non essere mai riuscito a ricostruire il testo di El gallero, ma è probabile che si tratti di El gallo de oro. C’è una testimonianza di Gabriel Garcia Màrquez sulla vicenda che aggiunge un tassello interessante. Màrquez negli anni Sessanta è folgorato dalla scrittura di Rulfo, e proprio allora gli viene chiesto di lavorare all’adattamento cinematografico di un suo racconto che non conosceva, El gallo de oro:

Erano 16 pagine molto fitte, scritte con tre macchine diverse su una carta velina che era sul punto di polverizzarsi. Anche se non mi avessero detto chi era l’autore, lo avrei riconosciuto subito. Il linguaggio non era così cesellato come nel resto dell’opera di Juan Rulfo, e c’erano poche delle sue caratteristiche tecniche, ma il suo angelo personale si librava attraverso ogni molecola della scrittura.

Il film fu realizzato nel 1964, con la sceneggiatura di Gabriel Garcia Màrquez, Carlos Fuentes e Roberto Galvadón, con la regia di quest’ultimo.

Come si intuisce, quindi, il testo non fu realizzato in continuità con i due precedenti, e questo è chiaro leggendolo. Nelle pagine, infatti, troviamo un testo scorrevole e più “standard” rispetto agli altri, ma la firma di Rulfo è evidente. Resta comunque una fortuna essere riusciti a far pervenire fino a noi questo testo. La leggenda ha sempre circondato questo autore, molto particolare ed unico nel suo modo di affrontare la letteratura. Una leggenda tramandata dallo stesso Màrquez vedeva Rulfo affermare di aver composto i nomi dei suoi personaggi leggendo le lapidi fra le tombe dei cimiteri di Jalisco. Vera o no, la leggenda è perfetta per un uomo rimasto sempre fuori dai circoli intellettuali e che prendeva il materiale per la sua opera a piene mani dalla realtà.

Bibliografia

[1] Apuntes sobre El llano en llamas, de Juan Rulfo, Marco Martos Carrera, Academia Peruana de la Lengua, Lima, Perú

[2] Economía poética de Pedro Páramo: de la Revolución a la Cristiada, Juan Pellicer, Universidad de Oslo

[3] La leyenda de Rulfo: cómo se construye el escritor desde el momento en que deja de serlo, J. Ruffinelli, in J. Rulf, Toda la obra, Madrid 1992, p. 469

[4] La pianura in fiamme, 2012, Einaudi

[5] Pedro Páramo, 2014, Einaudi

[6] Il gallo d’oro, 2015, Einaudi

[7] Juan Rulfo, Academia mexicana de la lengua

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